Una contessa troppo occupata – Una favola di Lauretta
Un piccolo villaggio di campagna adagiato tra bionde messi, orti ben coltivati e prati verdi, a perdita d’occhio. Un boschetto di bianche robinie odorose lo cinge, un fiume lo attraversa quieto.
… Chissà quanti di voi stanno già sognando di andare ad abitare in quel paese da favola! Ve lo sconsiglio, cari amici, perché mai come per quel paese vale il detto: “Paese piccolo, la gente
mormora”. Mormora da mattina a sera, mormora di tutto e di tutti. L’osteria del Grillo Parlante, il lavatoio lungo il fiume, il mercato, la stalla, tutti i posti son buoni per tagliare i panni addosso agli altri. E la mormorazione, si sa, si porta sempre appresso i suoi brutti parenti: i litigi.
Oggi però nessuno mormora. Dappertutto, infatti, si discute con animazione della grande novità. Volete conoscerla anche voi? Bene, andate all’osteria del Grillo Parlante. Non vi sarà difficile trovarla, perché è l’unica del paese. Là la discussione ferve più che altrove.
— Allora è proprio russa. — dice Curzio, l’oste, mescendo il vino a Menico.
— Russa t’ho detto e contessa, per giunta. — risponde Menico — Di nome fa Zelkova, con la cappa. L’ho imparato bene, con tutti quei bauli che m’è toccato trasportare fin lassù!
Lassù, dove?, domanderete voi.
Lassù alla grande villa che è sulla collina e che domina il paese. La villa chiusa da anni, il cui giardino incolto è dominio incontrastato delle erbacce, è stata acquistata da una contessa russa e ora fervono i lavori per riportarla all’antico splendore: ecco la grande novità che ha messo in subbuglio tutto il paese.
— Una contessa russa! — esclama Delmira, l’ostessa, che sta mondando i fagiolini — Credevo che la categoria dei nobili russi fosse estinta.
— A quanto pare, una c’è ancora e dev’esser proprio una gran contessa, a giudicare dai tappeti, dai quadri, dalla biancheria fina, dai servizi da tavola che sono arrivati! — dice estasiata Ancilla, la fidanzata di Menico, che è stata assunta alla villa come cameriera.
Alceo, un robusto contadino, interviene per dire:
— Contessa o marchesa, per me fa lo stesso. Sapete mica se le serve un cocchiere o uno stalliere? Dicono che paga bene, la sciura contessa!
— Per il momento c’è bisogno di un’altra cameriera — informa Nazareno, l’addetto delle poste — Dalla Russia han telegrafato che quattro sono troppo poche.
— Hai sentito Igina? — dice l’ostessa alla figlia — Lascia stare quei bicchieri che li posso lavare io e corri, svelta!
Le lenzuola bianche che ricoprivano mobilio e lampadari sono ormai un ricordo. Oggi la villa, tirata a lucido, mostra con orgoglio tutta la sua magnificenza perché il grande giorno è arrivato.
Nella stazioncina del paese il signor Efisio, il capostazione, con indosso l’uniforme migliore, fischia a più non posso per mettere in riga tutti quanti e, con un gran cipiglio, dà ordini al sindaco, al parroco, al farmacista, alla banda.
— Lei si metta lì… e lei… si sposti, per favore, che mi copre la mia nipotina che deve portare i fiori alla signora contessa!
Un fischio acuto e poi un grande sbuffo annunciano l’arrivo della vecchia locomotiva a carbone.
Sorridendo a tutti, salutando con graziosi cenni del capo, la contessa Zelkova passa tra una piccola folla festante. Una sola frase corre sottovoce di bocca in bocca:
— Com’è bella!
Sì, la contessa è bella, la vita in paese s’è movimentata per via degli ospiti che salgono su alla villa, ma dopo quindici giorni la novità è diventata storia di tutti i giorni. E con la storia di tutti i giorni torna la vecchia abitudine di mormorare, tornano i litigi.
Solo della contessa Zelkova non si mormora: ella ha conquistato tutti con la sua bontà, la sua generosità. E poiché lei è l’unica ad esser fuori dai litigi, ecco che a qualcuno (non sarò certo io a farne il nome!) è venuta l’idea di riferirle l’ultimo litigio, per avere un suo parere.
— Ditemi che ho ragione io, contessa. Quella Zilla, la cuoca, è proprio una gran pettegola, sarebbe ora che si facesse i fatti suoi!
La contessa Zelkova, sempre così amabile, ha risposto asciutta:
— Andatevene, vi prego, sono troppo occupata a pensare a me stessa per potermi occupare di voi altri.
Dieci minuti dopo, la risposta della contessa ha già fatto il giro del paese. E nell’osteria del Grillo Parlante stavolta è lei il centro di tutte le critiche.
— Dovevamo capirlo — dice uno — quella cappa nel nome dice chiaro che è superba.
— Sarà anche una gran contessa, per me è solo una gran maleducata!
— Una grande egoista, dico io.
E così la contessa Zelkova è diventata antipatica a tutto il paese.
Non mi va di riferire i fatti altrui, ma per capire questa storia vi devo dire che Menico e Ancilla ieri sera hanno litigato di brutto, rinfacciandosi a vicenda un sacco di colpe. E si sono lasciati. La contessa Zelkova, che è entrata in cucina, ha sorpreso Ancilla sopraffatta dalle lacrime. Si siede accanto a lei, sulla panca, posa sul tavolo il libro russo che aveva in mano, le porge uno dei suoi fazzolettini ricamati e domanda:
— Che cosa è successo, cara?
— Che cosa v’importa a voi, di quello che m’è successo? — dice Ancilla ingoiando le lacrime — L’avete detto voi stessa che voi non avete tempo di occuparvi di noialtri povera gente! Voi vi occupate solo di voi stessa!
— È vero che io mi occupo solo di me stessa — dice la contessa, aggiustandole una ciocca di capelli — Sono troppo occupata a pensare ai miei difetti, alle mie mancanze, per aver tempo di giudicare, di criticare le vostre, questo volevo dire. Forse non mi sono spiegata bene, nella vostra lingua. Allora te lo dirò con altre parole, con le parole di un grande scrittore della mia terra. Ascolta:
“Ho parlato a…… con avversione e odio, ma poi, a un tratto, mi sono ricordato di me stesso, di quante volte, magari soltanto col pensiero, sono caduto nella sua stessa colpa e allora, nel medesimo istante, ho sentito disgusto di me stesso e pietà di lei e sono stato invaso da un senso di benessere. Se sempre si riuscisse in tempo a scorgere la trave che è nel nostro occhio, quanto si sarebbe più buoni!”.
— Questa cosa della trave, contessa, l’ha detta domenica mattina don Sesto, alla Messa grande!
— Certo cara.
— Quello che dice don Sesto in chiesa, contessa, sono solo belle parole, la vita poi è diversa. È più dura.
— Sono belle parole, cara e se tutti noi ci sforziamo di metterle in pratica rendono più bella la vita. Rendono migliori noi e gli altri più buoni — dice la contessa Zelkova stringendo sul suo cuore la giovane cameriera scossa da piccoli singhiozzi di liberazione e gioia.
Lauretta*
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* LO SAPEVI? *
Le parole lette dalla contessa sono tratte dal romanzo di Lev Tolstoj, “Risurrezione” in cui si narra la metamorfosi di un uomo che il rimorso per la cattiva condotta nei confronti della giovane Katiuscia conduce a una risurrezione morale che cambierà tutta la sua vita. Quelle citate da don Sesto puoi trovarle nel vangelo di Matteo 7, 3 – 5.
* QUALCHE PAROLA DI RIFLESSIONE *
— Come le lenzuola bianche che coprivano i mobili della villa, anche l’estate è “ormai un ricordo”. Si torna di nuovo tutte insieme in quel piccolo paese che è il collegio universitario. Mormorare, far pettegolezzi, criticare, giudicare: sappiamo tutti quanto queste cose guastano l’ambiente in cui si vive, ma sembra che non se ne possa fare a meno, quando si sta insieme. Spesso si “pettegolezza” (mi si passi il neologismo) per leggerezza, per scherzo, quasi fosse uno sport. Senza tener conto delle conseguenze. Non ne teneva conto neppure una donna, che spargeva maldicenze per tutto il paese e che, un giorno, andò a confessarsi da San Filippo Neri. Il santo le disse: “Vai a casa, prendi una gallina e torna qui, spennandola lungo la strada”. Quando la donna tornò dal santo, con la gallina spennata, egli le disse: “Ora torna indietro e, lungo la strada, raccogli tutte le penne che hai sparso”. “Ma è impossibile! – esclamò la donna – chissà dove le avrà portate il vento, a quest’ora!”. “Così è delle parole cattive uscite dalla tua bocca”, concluse il santo…
— Chi di voi, da bambina, ha letto il bel libro di E. Porter “Pollyanna”? Anche in questo libro c’è un villaggio i cui abitanti sono divisi da liti, maldicenze, invidie. Una domenica, il parroco tiene loro questa predica: “Invece di sottolineare sempre i difetti di una persona, esaltiamone le virtù. La gente irradia quello che ha nell’animo e nel cuore. Se un uomo è gentile e cortese, anche i suoi vicini, col tempo, saranno gentili e cortesi. Ma se non fa che rimproverare, incollerirsi, criticare, i suoi vicini gli renderanno pan per focaccia e con gli interessi!”. Vogliamo far nostra la predica?
— Vivere insieme non è sempre un tormento! Vivere insieme è SOPRATTUTTO un’esperienza che arricchisce, forma, diverte. Vivere insieme in collegio è anche: imparare a cucinare un piatto nuovo, farsi prestare quella bella borsetta, stimolarsi a vicenda perché s’è preso l’impegno di correre mezz’ora al giorno, bussare alla porta dove sai che hanno sempre il cioccolato, sdraiarsi insieme su un letto per ridere a crepapelle, trovare sempre qualcuno che ti tira su quando sei giù. Vivere insieme è.…………………………………..
* PER LA PREGHIERA *
Recitiamo il salmo 133 che si intitola “Gioia della vita fraterna”.
“Ecco quanto è buono e quanto è soave
che i fratelli vivano insieme!
È come olio profumato sul capo,
che scende sulla barba,
sulla barba di Aronne,
che scende sull’orlo della sua veste.
È come rugiada dell’Ermon,
che scende sui monti di Sion.
Là il Signore dona la benedizione
e la vita per sempre.
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